E’ come la neve

Cardinale Matteo Maria Zuppi nato l’11 ottobre 1955 a Roma

Quinto di sei figli

    • Seminario di Palestrina
    • Baccellierato in Teologia alla Pontificia Università Lateranense
    • Laurea in Lettere e Filosofia alla Sapienza, con tesi in Storia del Cristianesimo
  • Ordinato sacerdote: 9 maggio 1981
  • Incardinazione nella diocesi di Roma: 1988
  • Ruoli pastorali a Roma:
    • Viceparroco e poi parroco di Santa Maria in Trastevere (1981–2010)
    • Rettore di Santa Croce alla Lungara (1983–2012)

Fin da giovanissimo entra nella Comunità fondata da Andrea Riccardi, impegnandosi in:

  • sostegno a poveri, anziani, immigrati, senza dimora
  • dialogo interreligioso e iniziative di pace
  • attività ecumeniche e incontri di Assisi
  • Vescovo ausiliare di Roma: 2012, nominato da Benedetto XVI
  • Arcivescovo metropolita di Bologna: dal 2015, nominato da papa Francesco
  • Cardinale: creato da papa Francesco il 5 ottobre 2019

È noto per il suo stile pastorale “di strada”, la capacità di dialogo e il ruolo diplomatico in missioni delicate, come quelle per la pace in Ucraina.

Eletto presidente della Conferenza Episcopale Italiana: 24 maggio 2022

  • Considerato una delle voci più autorevoli del cattolicesimo italiano contemporaneo.
  • Arcivescovo di Bologna
  • Presidente della CEI
  • Gran cancelliere della Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna
  • Giudice della Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano (dal 2024)

La sua ultima fatica letteraria con Cristina Petit E’ come la neve (Solferino).

Cristina Petit è un’autrice e illustratrice bolognese molto prolifica, nota per i suoi libri per bambini, ragazzi e adulti, tradotti in molte lingue. La sua biografia unisce formazione linguistica, lunga esperienza nella scuola e un’intensa attività creativa.

Il lupo scopre che la città non è solo un luogo estraneo, ma un mosaico di vite che si intrecciano. Livia diventa la sua guida “civica”, insegnandogli a leggere i segni degli umani, i loro errori, le loro gentilezze inattese.

Il lupo rappresenta l’istinto, Livia la ragione. Insieme attraversano una città che, sotto la neve, rivela ciò che normalmente resta nascosto: solitudini, piccoli miracoli, fragilità.

La mezzanotte di Natale diventa una soglia: qualcosa accade — un incontro, un pericolo, un gesto di cura — che cambia entrambi. Magari scoprono che anche gli umani, a volte, hanno bisogno di essere salvati.

La neve cadeva lenta, come se avesse paura di farsi sentire. Il piccolo lupo avanzava tra i cespugli che diventavano muretti, tra i tronchi che si trasformavano in pali di ferro. Ogni passo era un suono nuovo: il fruscio dell’asfalto, il ronzio lontano di un tram, il tintinnio di una finestra che sbatteva.

Fu allora che la vide.

Una figura grigia, piume gonfie per il freddo, occhi attenti come due spilli lucidi. La picciona lo osservava da un cornicione basso, senza paura.

«Non dovresti essere qui» disse Livia, con la voce di chi ha visto molte più albe di quante avrebbe voluto.

«Neanche tu» rispose il lupo, ingenuo.

Livia ridacchiò. «Io ci vivo, qui. Tu invece… sembri uno che ha seguito qualcosa.»

Il lupo alzò il muso verso il cielo. «Quella cosa bianca. Non la conosco. Ma mi ha chiamato.»

Livia lo guardò più a lungo del necessario. «La neve non chiama nessuno. Sei tu che avevi bisogno di uscire.»

E così, senza accordi né promesse, iniziarono a camminare insieme.

Attraversarono vicoli dove gli umani correvano con pacchi colorati, senza accorgersi di loro. Passarono davanti a una panetteria che profumava di calore e di infanzia. Si fermarono sotto un balcone dove una bambina, insonne, osservava la neve con la stessa meraviglia del lupo.

«Gli umani non guardano quasi mai» disse Livia. «Ma quando nevica… ricordano.»

Il lupo non capiva, ma sentiva che quella notte aveva un peso diverso. Come se tutto fosse in attesa.

Poi, in una piazza silenziosa, incontrarono un uomo anziano che distribuiva cibo ai senzatetto. Non parlava, non chiedeva nulla. Solo tendeva le mani, e le mani degli altri si riempivano.

Il lupo si avvicinò, curioso. Livia lo trattenne con un’ala. «Quello è uno che ha capito cosa conta. Non disturbiamolo.»

«E cosa conta?» chiese il lupo.

Livia guardò la neve che si posava sulle sue piume. «Quello che resta quando tutto il resto cade.»

La mezzanotte era vicina. Le campane iniziarono a vibrare nell’aria gelida. Il lupo sentì un richiamo diverso, più profondo, che veniva dal bosco. Il branco. La tana. La sua casa.

«Devo tornare» disse.

«Lo so» rispose Livia. «Ma ora sai che il mondo è più grande della tua tana. E che non sei solo.»

Il lupo la fissò. «Ci rivedremo?»

«La neve torna sempre» disse lei. «E io con lei.»

L’idea che l’amore debba riempire strade, boschi, palazzi e tane trasforma il mondo in un organismo vivo, attraversato da un’unica energia che accomuna tutti gli esseri. È un’immagine che scalda e che, soprattutto, non è ingenua: è un invito a ricordare ciò che spesso dimentichiamo.

Il vecchio orologiaio, la giovane fioraia, la melodia sotto un portico, il bambino speciale… sono figure archetipiche, ma non stereotipate. Sembrano personaggi che non hanno bisogno di grandi effetti per restare impressi: basta un gesto, un profumo, un suono.

La parola “passeggiata” è bellissima: suggerisce lentezza, scoperta, piccoli stupori. Non un’avventura rumorosa, ma un percorso che si apre mentre lo si vive, come accade nelle storie che parlano davvero dell’animo umano.

Questa è forse la promessa più forte: non solo intrattenere, ma restituire speranza. L’idea che ciascuno possa trovare il proprio posto, la propria ragione di esistere, la propria felicità, è un messaggio che oggi risuona con una potenza particolare.