Radio

La radio nacque negli ultimi anni del diciannovesimo secolo, dopo gli studi teorici dei fisici dell’epoca sull’elettromagnetismo. Il brevetto è dell’italiano Guglielmo Marconi, studente di fisica all’Università di Bologna. Il giovane Marconi si interessò all’elettromagnetismo e propose al suo professore, Augusto Righi, la sua idea. Egli riteneva possibile trasmettere un segnale a lunghissima distanza senza fili, superando quindi la tecnologia relativa al telegrafo.

Ma come è possibile inviare un segnale “invisibile”? Come riescono i dispositivi elettronici a inviare e ricevere segnali? Rispondere a queste domande non è banale, soprattutto perché non possiamo toccare con mano i meccanismi alla base delle trasmissioni radiofoniche. Mentre è semplice osservare la propagazione delle onde del mare quando buttiamo dentro un sasso, è molto più arduo immaginare musiche e suoni che viaggiano chissà dove e arrivano dritti nelle nostre case.

Accade spesso, purtroppo, che ci siano interferenze. Ciò accade perché l’altra grandezza fondamentale quando si parla di trasmissioni radiofoniche è la lunghezza d’onda, ovvero la distanza dopo la quale il segnale periodico si ripete. Nel caso delle onde radio, considerando le frequenze tipiche della FM, la lunghezza d’onda è dell’ordine di 3 o 4 metri. Se lungo il tragitto compiuto dall’onda viene interposto un ostacolo, la ricezione sarà disturbata.

Le onde radio non vengono utilizzate solo per le trasmissioni radiofoniche, come in molti pensano. Esse vengono usate anche per visualizzare i contenuti visivi sulle nostre televisioni, sia grazie ai satelliti che grazie al digitale terrestre. Ma l’utilizzo ormai planetario e diffusissimo è quello legato alla telefonia. Tutte le nostre chiamate vengono gestite tramite onde radio emesse e ricevute da antenne poste sulla superficie terrestre e dai nostri smartphone.

Alessandra Trotta - giornalista e scrittrice

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