
Stefano Ziantoni è nato a Roma nel 1962, è giornalista professionista dal 1988. Inizia il percorso giornalistico in Rai collaborando – tra il 1988 e il 1990 – con i programmi Mixer e Unomattina.
Nel 1990 è assunto come redattore al Tg1, dove è conduttore e inviato. Segue, per il telegiornale della prima rete, alcuni tra i principali avvenimenti internazionali: il processo di pace israelo-palestinese, la guerra nella ex Jugoslavia, l’avvento del Giubileo del 2000. Tra il 1997 e il 2010 conduce alcuni tra i programmi di informazione per Rai 1 e in particolare sei edizioni di Unomattina.
Nel 2002 è promosso caposervizio nella redazione Unomattina del Tg1. Un anno più tardi è nella redazione politica, seguendo come inviato le più alte cariche istituzionali dello Stato.
Dal 2014 al 2019, ricopre l’incarico di Corrispondente per i servizi giornalistici radiofonici e televisivi dalla Francia.
Nel 2019 con la qualifica di Capo Redattore, segue, nell’ambito della Struttura Rai Vaticano, il progetto relativo allo sviluppo dell’offerta religiosa sulle diverse piattaforme distributive, con particolare riferimento ai rapporti con le Testate Giornalistiche.
Nel 2022 ottiene la Responsabilità della Struttura Rai Vaticano.
Filippo di Giacomo è emerso che è nato sotto il segno dell’Ariete, il 16 aprile 1952, e non si conosce molto altro della sua sfera personale dietro l’impegno nella Chiesa.
Don Filippo di Giacomo è un prete e giornalista noto anche in televisione: scopriamo tutto quello che c’è da sapere sulla sua storia, dalle origini alle curiosità…
Secondo quanto sappiamo, è giornalista iscritto all’Ordine del Lazio come pubblicista dal 1998, e nel corso della sua carriera è diventato commentatore di tematiche religiose per numerose testate famose tra cui il quotidiano l’Unità.
Sappiamo inoltre che don Filippo di Giacomo ha condotto anche la trasmissione intitolata Il cielo in una frase, su Radio 24, e nel 2023, in occasione dei funerali di Maurizio Costanzo nella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo, a Roma, ha curato il commento della cerimonia in diretta su Rai1.
Le loro ultime fatiche letterarie è la pubblicazione scritta a quattro mani di Ponti non muri (Rai libri 2025).
Un viaggio continuo, fisico e spirituale, verso le periferie del mondo e dell’anima. I 47 Viaggi Apostolici di Papa Francesco fuori dall’Italia, dal Brasile alla Terra Santa, dall’Asia all’Africa, sono stati veri e propri gesti profetici, spesso compiuti nonostante le difficoltà di salute, per ribadire che la Chiesa deve essere “ospedale da campo”, come lui stesso ha detto, e non una fortezza chiusa.
Il volume Ponti, non muri di Stefano Ziantoni e Filippo Di Giacomo, raccoglie proprio questo spirito: un atlante di parole, immagini e mappe interattive che documentano il “giro del mondo” di Francesco, con l’intento di far risuonare ancora oggi il suo messaggio di pace, dialogo e fraternità.
Una Chiesa in uscita, che non teme di sporcarsi le mani per curare le ferite del mondo. L’immagine dell’“ospedale da campo”, da lui evocata fin dai primi mesi del suo ministero, è diventata un simbolo potente di una Chiesa che non giudica, ma accoglie, consola, accompagna.
Le periferie geografiche ed esistenziali sono state il cuore pulsante della sua missione. Non si tratta solo di luoghi lontani o poveri, ma anche di quelle zone dell’anima dove abitano la solitudine, la sofferenza, l’abbandono. Francesco ha voluto che la Chiesa si facesse prossima a chi è ai margini: detenuti, migranti, malati, vittime di tratta, giovani senza speranza.
I suoi viaggi apostolici – 47 fuori dall’Italia – sono stati veri pellegrinaggi di misericordia. Dalla favela di Varginha in Brasile alla devastata Tacloban nelle Filippine, dalla Repubblica Centrafricana all’Iraq, ha portato un messaggio di pace, fraternità e giustizia. Non solo parole, ma gesti concreti: lavare i piedi ai detenuti, aprire la Porta Santa in un carcere, celebrare il Corpus Domini nelle periferie di Roma.
Il suo è stato un pontificato “profetico”, come lo definiscono molti, perché ha saputo decolonizzare il concetto di periferia, trasformandolo in un luogo teologico privilegiato, dove Dio si manifesta con più forza.
Il “Papa pellegrino”, che ha fatto del viaggio una forma di testimonianza evangelica. I 47 viaggi apostolici internazionali di Papa Francesco lo hanno condotto in 66 Paesi dei cinque continenti, spesso lontani dai riflettori, scelti proprio perché rappresentavano le “periferie” del mondo, geografiche e spirituali.
Dal Brasile alla Corsica, il suo cammino ha avuto inizio con la Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro nel 2013, dove ha incontrato milioni di giovani sulla spiaggia di Copacabana. E si è concluso con la visita ad Ajaccio, in Corsica, il 15 dicembre 2024, in occasione del congresso sulla religiosità popolare nel Mediterraneo.
In ogni tappa, Francesco ha portato un messaggio di misericordia, pace e giustizia, incontrando non solo capi di Stato e autorità religiose, ma soprattutto i poveri, i migranti, i malati, i giovani, e chiunque fosse ai margini. Ha scelto luoghi segnati da conflitti, povertà o dimenticanza, come l’Iraq, la Repubblica Centrafricana, il Myanmar, Lesbo, o la devastata Tacloban nelle Filippine.
Come ha detto lui stesso: “Voglio una Chiesa povera per i poveri”. E questi viaggi sono stati la sua omelia itinerante.
Il viaggio in Terra Santa del 2014 (24–26 maggio) fu un pellegrinaggio storico, compiuto in occasione del 50º anniversario dell’incontro tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora. Il momento più simbolico fu proprio l’abbraccio con il Patriarca Bartolomeo I nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, seguito dalla firma di una Dichiarazione comune che riaffermava l’impegno verso l’unità tra cattolici e ortodossi. Un gesto che ha avuto un’eco profonda nel mondo cristiano e che ha incarnato il desiderio di superare secoli di divisioni.
Il discorso al Congresso degli Stati Uniti, il 24 settembre 2015, fu un altro momento di grande impatto. Francesco fu il primo Papa a parlare davanti all’Assemblea plenaria del Congresso americano. In quell’occasione, evocò figure come Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton, per sottolineare che la grandezza di una nazione si misura nella sua capacità di difendere la libertà, promuovere la giustizia e custodire la dignità umana.
Il testimone della Chiesa dei ponti è passato da Papa Francesco a Papa Leone XIV, che nella sua prima benedizione Urbi et Orbi l’8 maggio 2025 ha raccolto con umiltà e determinazione l’eredità del suo predecessore.
Le sue parole, pronunciate dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro, sono state un invito accorato: “Aiutateci anche voi a costruire i ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace”. Un appello che richiama direttamente lo spirito di Francesco, ma che già lascia intravedere lo stile pastorale di Leone XIV: mite, missionario, profondamente radicato nella spiritualità agostiniana. Ha parlato di una pace disarmata e disarmante, ha ringraziato Papa Francesco per la sua voce “debole ma coraggiosa”, e ha chiesto di camminare insieme, “mano nella mano con Dio e tra di noi”. Un’immagine potente, che sembra voler proseguire il cammino tracciato da Francesco, ma con un timbro personale, fatto di gratitudine, umiltà e determinazione.