
Claudio Cerasa è nato il 7 maggio 1982
Giornalista, scrittore, direttore de Il Foglio dal 28 gennaio 2015
Cerasa nasce a Palermo in una famiglia legata al giornalismo:
Il padre, Giuseppe Cerasa, è stato una figura di rilievo nella redazione romana di la Repubblica .
Si trasferisce presto a Roma, dove muove i primi passi nel mondo dell’informazione.
La sua carriera si sviluppa rapidamente:
Collabora con La Gazzetta dello Sport.
- Lavora a Radio Capital.
- Grazie al giornalista Giuseppe Sottile entra nella redazione de Il Foglio, dove diventa caporedattore .
Ha partecipato a programmi televisivi come:
- Le invasioni barbariche
- Porta a Porta
Ha scritto per riviste come:
- Panorama
- Rivista Studio
Il 21 gennaio 2015 Giuliano Ferrara annuncia in diretta TV che lascerà a lui la direzione del quotidiano. Cerasa diventa ufficialmente direttore il 28 gennaio 2015
Cerasa è autore di numerosi saggi, spesso dedicati alla politica italiana e ai meccanismi del potere. Tra i suoi titoli più noti:
- Le catene della destra
- Le catene della sinistra
- Io non posso tacere
- Tra l’asino e il cane
- La Presa di Roma
- Ho visto l’uomo nero
Nel 2026 ha pubblicato L’antidoto, un “manifesto ottimista contro la dittatura del catastrofismo” (Silvio Berlusconi editore)
Cerasa è una voce ricorrente nel dibattito politico italiano, spesso ospite in programmi televisivi e radiofonici. È attivo anche sui social, in particolare su Twitter.
Secondo il profilo ufficiale de Il Foglio:
- è interista,
- ama i Green Day, gli Strokes, i Killers,
- adora i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate,
- ha due figli
Nel suo L’antidoto, Claudio Cerasa propone un intervento che si colloca a metà tra il pamphlet politico e il saggio culturale, con un obiettivo dichiarato: smontare la narrazione catastrofista che, a suo avviso, domina il dibattito pubblico contemporaneo. Il catastrofismo, per Cerasa, non è soltanto un atteggiamento emotivo, ma una vera e propria struttura mentale che condiziona la percezione collettiva di temi cruciali come l’ambiente, la tecnologia, la libertà individuale e la trasformazione economica.
Il libro si apre con una constatazione: viviamo in un’epoca in cui la complessità viene spesso ridotta a slogan apocalittici. Il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale, la globalizzazione, le migrazioni, la crisi energetica: tutto viene filtrato attraverso un linguaggio che privilegia l’allarme rispetto all’analisi. Cerasa non nega l’esistenza dei problemi, né minimizza le sfide; ciò che contesta è la retorica del “non c’è più nulla da fare”, che paralizza il pensiero e impedisce di immaginare soluzioni.
Il suo antidoto è un ottimismo razionale, che non è ingenuità ma fiducia nella capacità umana di innovare, correggere, adattarsi. L’autore invita a recuperare una postura critica che sappia distinguere tra rischi reali e paure indotte, tra dati e percezioni, tra complessità e semplificazioni tossiche. In questo senso, il libro si inserisce nel filone di un pensiero liberale che vede nella libertà individuale, nella scienza e nella tecnologia strumenti di emancipazione, non minacce.
Il cuore del libro è dedicato a tre grandi aree tematiche, che Cerasa considera i terreni privilegiati su cui si esercita la “dittatura del catastrofismo”.
Cerasa affronta il tema ambientale con un approccio che potremmo definire “tecno-ottimista”. Non mette in discussione la gravità del cambiamento climatico, ma critica la narrazione che lo presenta come un destino ineluttabile. Secondo l’autore, la storia dell’umanità è una storia di soluzioni tecnologiche: energie rinnovabili, innovazioni nei materiali, agricoltura di precisione, economia circolare. Il catastrofismo, invece, tende a demonizzare la tecnologia e a proporre un ritorno a forme di decrescita che Cerasa considera irrealistiche e socialmente ingiuste.
La tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, è un altro campo in cui l’autore vede prevalere un immaginario distopico. Cerasa invita a distinguere tra rischi concreti (privacy, concentrazione del potere, manipolazione informativa) e paure fantascientifiche. Il suo messaggio è chiaro: la tecnologia non è neutra, ma può essere governata. E soprattutto, può essere un alleato nella lotta alle disuguaglianze, nella modernizzazione dei servizi pubblici, nella crescita economica. L’atteggiamento catastrofista, al contrario, rischia di bloccare l’innovazione proprio nei contesti in cui sarebbe più necessaria.
Il terzo asse del libro è la difesa della libertà individuale contro derive paternalistiche o securitarie. Cerasa osserva come, in nome dell’emergenza – sanitaria, climatica, economica – si sia spesso giustificata una compressione delle libertà. Il catastrofismo, in questa prospettiva, diventa un dispositivo politico: genera paura, e la paura genera consenso verso soluzioni autoritarie o illiberali. L’autore invita a vigilare su questo meccanismo e a recuperare una cultura della responsabilità individuale e della fiducia nelle istituzioni democratiche.
Il principale merito di L’antidoto è la sua capacità di intervenire nel dibattito pubblico con chiarezza e coraggio. Cerasa scrive con uno stile diretto, giornalistico, che rende accessibili temi complessi senza banalizzarli. Il suo ottimismo non è superficiale: è fondato su dati, esempi, casi studio, e su una lettura della storia che valorizza la capacità umana di reagire alle crisi.
Inoltre, la struttura del libro – più vicina al pamphlet che al saggio accademico – privilegia la forza argomentativa rispetto alla profondità analitica. Questo lo rende efficace, ma talvolta un po’ schematico.
Nonostante questi limiti, L’antidoto è un contributo importante al dibattito contemporaneo. È un libro che invita a pensare, a uscire dalla logica dell’emergenza permanente, a recuperare una visione del futuro che non sia dominata dalla paura. In un contesto mediatico spesso polarizzato, Cerasa offre una prospettiva alternativa che, anche quando non convince del tutto, stimola il confronto e la riflessione.
Il suo messaggio finale è semplice ma potente: l’ottimismo non è un lusso, è una responsabilità. E in tempi di incertezza, questa responsabilità diventa un atto politico.