
Matteo Nerbi (nato a Carrara nel 1976) è un avvocato civilista italiano, noto recentemente anche come scrittore emergente e musicista.
Dopo il diploma al Liceo Classico, ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Pisa nel 2000.
Esercita come avvocato civilista presso il Foro di Massa e vive a Carrara.
Ricopre il ruolo di Responsabile degli eventi artistici e culturali del Centro Cultura, Formazione e Attività Forensi dell’Ordine degli Avvocati di Genova.
Nerbi ha esordito nel panorama editoriale nel 2024 con la raccolta di racconti intitolata “Utrum e altri racconti di Voce Narrante” (Edizioni GFE). La sua scrittura è caratterizzata da:
I suoi racconti esplorano temi come la solitudine, l’analisi psicologica e il confronto tra l’universo maschile e femminile.
L’autore si inserisce spesso nelle storie come un personaggio aggiunto (una sorta di protagonista minore) che commenta le vicende.
Utilizza spesso la “metafora musicale” e inserisce link a brani musicali nel testo, creando un’esperienza di lettura multimediale.
Nonostante sia un autore esordiente, ha già ottenuto diversi premi letterari:
- Primo Premio(sezione narrativa) al concorso “Gianni Di Benedetto e Piero Franzosa” (2024) con il racconto Il fantastico mondo di Zic.
- Quinto postoal IV Premio Internazionale Fëdor Dostoevskij per la sezione “Romanzo inedito o raccolta di racconti”.
Oltre alla legge e alla letteratura, Nerbi è un valente pianista (appassionato in particolare di blues). La musica non è solo un hobby per lui, ma una parte integrante del suo stile narrativo, agendo come linguaggio per esprimere le emozioni dei suoi personaggi.
La sua ultima fatica letteraria in absentia (GFE 2026).
Cosa resta, quando qualcosa non c’è più? La domanda che apre In absentianon è un semplice incipit tematico: è la chiave di lettura dell’intero libro, la sua postura emotiva e filosofica. L’opera non si limita a esplorare il vuoto lasciato da ciò che scompare, ma si concentra su ciò che sopravvive: una presenza diversa, più tenue, quasi impercettibile, che si insinua nei gesti quotidiani, negli oggetti che resistono, nei suoni che riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo.
I racconti si muovono in questo spazio sospeso, un territorio liminale dove memoria e presente non sono opposti ma si contaminano. L’assenza non è mai un buco nero: è un’eco, una vibrazione, un residuo che continua a parlare anche quando non c’è più nessuno a rispondere. È proprio in questa tensione tra voce e silenzio che il libro trova la sua forza.
La scrittura non cerca di colmare il vuoto, né di spiegarlo. Lo abita. Lo ascolta. Lo lascia risuonare. Ogni racconto diventa così un tentativo di nominare l’indicibile, di dare forma a ciò che resta quando tutto sembra dissolversi. Non c’è retorica del dolore, né sentimentalismo: c’è una lucidità poetica che permette al lettore di riconoscersi in quelle crepe, in quelle mancanze che appartengono a tutti.
La perdita, in In absentia, non è un evento ma un processo. Non è un punto di arrivo, ma una trasformazione. Ciò che scompare non si annulla: muta, si trasfigura, continua a esistere altrove. È questa la tesi sotterranea del libro, la sua promessa più intima.
Uno degli elementi più originali dell’opera è la presenza di una Voce Narranteche non è semplice narratore, ma figura quasi scenica, una coscienza che osserva, interroga, talvolta si espone. Non è onnisciente, non è neutrale: è vulnerabile, partecipe, a tratti disorientata.
Questa voce accompagna il lettore come un controcanto, un filo che tiene insieme storie diverse senza mai sovrastarle. È testimone, ma anche interprete; è guida, ma anche presenza inquieta che cerca un senso dove il senso sembra smarrito. La sua funzione non è spiegare, ma aprire varchi.
Il libro si struttura come un concept album: c’è un’Intro che prepara all’ascolto, un’Outro che chiude il cerchio, e nel mezzo una serie di tracce narrative che si richiamano, si rispondono, si amplificano. La metafora musicale non è un semplice ornamento: è la grammatica profonda dell’opera.
Ogni racconto ha un suo ritmo, una sua tonalità emotiva, una sua cadenza. Alcuni sono più percussivi, altri più melodici; alcuni procedono per accumulo, altri per sottrazione. Il carillon che compare come motivo ricorrente diventa il simbolo di un legame inatteso, un oggetto che suona anche quando nessuno lo tocca, come se custodisse una memoria propria.
La Voce Narrante, in questo paesaggio sonoro, è il direttore d’orchestra invisibile: non impone, ma accorda. Non spiega, ma vibra. Non chiude, ma apre.
Il cuore di In absentia è il dialogo impossibile tra ciò che è stato e ciò che ancora resiste. Le storie non cercano di ricostruire ciò che è perduto, né di riportarlo in vita: cercano piuttosto di ascoltare ciò che resta, ciò che continua a parlare attraverso tracce minime, quasi impercettibili.
Gli oggetti, in questo libro, non sono semplici elementi scenici: sono depositi di memoria. Un carillon, una fotografia, un gesto ripetuto senza pensarci diventano ponti tra mondi che non comunicano più. Il lettore è invitato a interrogare questi resti, a riconoscere in essi la possibilità di un legame che non si è mai davvero interrotto.
La scrittura procede per sottrazione, per ellissi, per silenzi che pesano quanto le parole. È una prosa che non teme il vuoto, anzi lo usa come spazio di risonanza. Ogni racconto è una stanza in cui il lettore entra in punta di piedi, consapevole che ciò che troverà non è una risposta, ma un’eco.
Il libro non offre consolazione, e proprio per questo risulta autentico. Non promette guarigioni, non chiude ferite: le osserva, le ascolta, le lascia respirare. La perdita non viene negata, ma nemmeno assolutizzata. È un elemento della vita, una delle sue forme.
Il risultato è un’opera che parla a chiunque abbia fatto esperienza dell’assenza — e chi non l’ha fatta? — ma lo fa senza retorica, senza pietismo, senza eccessi emotivi. Con una delicatezza che non è fragilità, ma precisione. Con una profondità che non è oscurità, ma chiarezza.
In absentia è un libro che resta. Non perché offre risposte, ma perché apre domande. Non perché colma il vuoto, ma perché lo illumina. Non perché racconta la perdita, ma perché mostra ciò che la perdita lascia dietro di sé: una presenza diversa, sottile, ostinata, che continua a esistere altrove.