Difendere la libertà di Carlo Calenda

Carlo Calenda è un politico e dirigente d’azienda italiano, nato a Roma il 9 aprile 1973. È noto per essere il fondatore e segretario del partito Azione, oltre che per i suoi trascorsi come Ministro dello Sviluppo Economico.

Cresciuto in un ambiente di spessore culturale, è figlio della regista Cristina Comencini e dello scrittore Fabio Calenda (nonché nipote del celebre regista Luigi Comencini). Da giovanissimo, a soli 10 anni, recitò nello sceneggiato televisivo Cuore, diretto dal nonno. Si è laureato in Giurisprudenza con indirizzo diritto internazionale presso l’Università La Sapienza di Roma.

Ha lavorato nel marketing e nella gestione delle relazioni con le istituzioni.

È stato assistente del presidente Luca Cordero di Montezemolo e successivamente Direttore dell’area strategica e degli Affari Internazionali.

Il suo percorso politico inizia con Italia Futura e la candidatura con Scelta Civica (di Mario Monti) nel 2013, dove però non viene eletto.

Nel 2013 viene nominato Sottosegretario allo Sviluppo Economico nel Governo Letta, ruolo confermato e “promosso” a Viceministro con il Governo Renzi, con delega al commercio internazionale.

Nel 2016 ha una brevissima parentesi come Rappresentante Permanente d’Italia presso l’Unione Europea.

Nel maggio 2016 diventa Ministro (Governi Renzi e Gentiloni). In questa fase lega il suo nome al piano “Industria 4.0”.

Dopo essere stato eletto al Parlamento Europeo nel 2019 nelle liste del PD, esce dal partito in polemica con l’alleanza con il M5S e fonda il suo movimento, Azione.

Si candida alla guida della coalizione del “Terzo Polo” (Azione e Italia Viva), venendo eletto Senatore della Repubblica.

Continua a guidare Azione come Segretario Nazionale. Nonostante le alterne vicende elettorali (come il mancato superamento della soglia di sbarramento alle Europee del 2024), rimane una delle figure centrali dell’area liberale e riformista italiana.

È sposato con Violante Guidotti Bentivoglio, con la quale ha tre figli. Ha inoltre una figlia maggiore, Tay, nata da una precedente relazione quando Calenda aveva solo 16 anni.

È un autore prolifico di saggi politici, tra cui Orizzonti selvaggi e La libertà che non libera.

La sua ultima fatica letteraria Difendere la libertà (Piemme 2026).

Il saggio si apre con una premessa che non lascia spazio a compromessi: l’Occidente, per come lo abbiamo concepito nel secondo dopoguerra, non esiste più. L’autore conduce un’analisi lucida ed efferata, quasi chirurgica, sulle macerie di un ordine liberale che appare oggi sfiancato. Non si tratta solo di una crisi diplomatica o economica, ma di una vera e propria mutazione antropologica guidata da figure come Trump, Putin e Xi Jinping.

Questi leader non rappresentano solo modelli politici divergenti, ma incarnano una trasformazione della realtà stessa. Il testo evidenzia come il capitalismo predatorio e oligarchico delle nuove élite globali stia erodendo la base sociale delle democrazie, sostituendo il cittadino con un suddito digitale o un consumatore passivo. L’autore descrive un mondo in cui la verità è sussidiaria alla forza e dove la libertà è percepita come un lusso obsoleto rispetto alla “sicurezza” promessa dagli uomini forti.

“Quella che abbiamo davanti è una antica sfida ideale e morale: non si tratta solo di bilanci o confini, ma della sopravvivenza di un’idea di essere umano.”

Il cuore pulsante dell’opera è il suo manifesto politico. L’Europa non viene più presentata come un esperimento burocratico o un mercato comune, ma come l’ultimo grande baluardo di libertà. L’autore sostiene con veemenza che l’Unione deve compiere il salto evolutivo verso gli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa deve smettere di delegare la propria sicurezza. Il libro insiste sulla necessità di un’unione forte anche dal punto di vista militare, superando la dipendenza atlantica che oggi appare più fragile che mai.

Solo un’Europa federata può parlare da pari a pari con colossi come Cina e Russia. La frammentazione dei singoli stati nazionali è vista come il combustibile che alimenta i regimi autoritari.

Un’analisi attenta viene dedicata alle trasformazioni tecnologiche. Senza un controllo europeo sui dati e sulle infrastrutture, la libertà individuale sarà sempre ostaggio di algoritmi stranieri e capitali extracomunitari.

L’autore è perentorio: non abbiamo alternative. Il destino federale non è più una scelta tra le tante, ma l’unica via per evitare l’irrilevanza storica e la sottomissione geopolitica.

La parte più graffiante del libro è senza dubbio la critica alle classi dirigenti attuali e ai cosiddetti “cattivi maestri”. L’autore scaglia un atto d’accusa contro la pigrizia intellettuale e la sufficienza di chi, nel dibattito pubblico, flirta con le autocrazie o ne giustifica le azioni in nome di un malinteso pragmatismo.

Politici e intellettuali che non sanno più riconoscere il male o che, peggio, lo considerano un’alternativa percorribile alla complessità democratica.

Una critica dura verso coloro che, per interesse economico o cecità ideologica, stanno di fatto dalla parte dei regimi sanguinari.

Il libro è una vera e propria chiamata alle armi (metaforica, ma non troppo) per risvegliare le coscienze dei cittadini di oggi e di domani.

In un’epoca di grandi cambiamenti, questo saggio entra nel dibattito contemporaneo con una forza d’urto rara. L’autore ha capito, prima e meglio di altri, che la posta in gioco non è un punto di PIL o una modifica ai trattati, ma la nostra essenza di uomini liberi.

È un libro che non cerca il consenso facile, ma vuole scuotere. È un’opera necessaria per chiunque voglia comprendere i rischi enormi che stiamo correndo, ma anche le nuove opportunità che un’Europa finalmente unita potrebbe offrire al mondo intero. Difendere la libertà non è più un esercizio retorico, ma un dovere civile che richiede coraggio, visione e, soprattutto, l’abbandono di ogni pigrizia mentale.